da Lampi notturni






Non bastano bende di nuvola

ad asciugare il sangue del cielo

in squarci di pelle

d'indaco e azzurro, non basta

il mantello del vento,

che quasi si ferma

su scie d'asfalto uniforme,

non basta, sul fiume

paralizzato dal sonno

immobile delle correnti

  e si leva uno stormo d'uccelli,

espande, si gonfia

si sgrana, scioglie, riforma

nebulizza, argenteo di luna,

che piano agonizza

tra le braccia dei rami

pietà dolorosa

  Che cos'è che si muove nel nido

scavato tallone dopo tallone

su sabbia che sembra sfiancarsi

sotto il peso del mio guardare


che cos'è che stranisce il respiro,

rapisce gentile al desiderio,

cos'è - - -


 

Mentre il buio sprofonda,

tocca la terra, circonda

spegne il piangere uguale

accende il dolore animale

di scavare cunicoli

nella notte che arriva

in grumi d'inchiostro

più scuro

più scuro








È la notte che trafigge la luce

sul letto sfatto del buio

tra lenzuola di porpora e polvere

inchiodate al filo

dell'orizzonte


quando il sole si tuffa

nel corpo smarrito

d'un palazzo senz'ombra

né nome, la luna si svela

tra merletti di nubi

fatte di mille finestre di cerchio

concluso in silenzio, è il petto

che schianta, o cratere

che implode, la vita

che canta, o il dolore

che fuga

 
  Un bagliore si smaglia

sul manto oleoso, e generoso

riveste la luna, i miei occhi

si fanno distanza,

presenza ridottasi

sogno

a fluttuare

È la notte che uccide

la luce, o la salva

dal vivere in specchi

d'acqua salmastra

dal perdersi in cocci

di vetri dispersi

(e da quel suo spezzarsi,

sbriciolarsi, bruciarsi

di sé)



È una foglia che piove,

l'amore, stormisce,

volteggia, serpeggia

nel sangue del vento

 

È una pozza d'acqua

che fa mulinello al cadere


distratto d'un sasso

da mani smarrite

che più non sanno

riaprirsi, stringere

 
 

ancora altre mani di nulla,

i rami di un albero

che ignaro reclina,

declina, s'indigna,

si scuote, respira

smuore





Si consuma luce fina di candela

piove cera, scivola

lungo il davanzale

un rossore alle spalle mi accompagna

mentre mi allontano e scelgo

senza più sapere

dove ---


La strada è fuoco immenso

disperso in fiaccole che mi fanno largo

su braccia lunghe e fredde

di metallo. Il cuore


fornace dove si dibattono

gli ultimi lapilli dell'incendio

acceso nell'unico piromane singulto

d'un amore da scordare


Via Emilia che divora, una montagna

viene avanti, spalanca

lascia spazio allo scorrere sfrenato

di lampi di ricordo che mi viene

contro ancora, ritorna l'insensato

amore, sconsacrato

amore - - -

 





Svanisce la strada, un istante

in cima al cavalcavia

puntano, fissano,

vengono incontro occhi gialli

di auto in scalata veloce,

raggiungono, affiancano

a tuffo nel buio


Vengono incontro corpi

che non posso sapere

una cicca gettata si spegne

inghiottita da bocche d'asfalto

una mano appoggiata sulla portiera

si solleva a fatica, saluta, almeno

mi pare - - -


Ferma sul ciglio

in discesa, la strada

riapparsa è un serpente

che si snoda sottile

tra cortei di lampioni

spezzati da vetri sottili

di quasinotte


chiaroscuro sul nero

profilo stampato sul parapetto

che scruta nel getto

di luce sull'acqua

(forse silhouette

di una madre)


Luce, poi buio, luce

poi buio di nuovo, profondo

sfilano, sfrecciano

occhi di auto

sfumano piano

discendono

a lungo - - -









© Chiara De Luca 2004