Ti ho conosciuta sotto a una finestra

- "Io sono una che è malata" -

hai sussurrato a un certo punto, con le altre al primo anno

a chiacchierare, Non essere il sonno di nessuno sotto tante

palpebre zeppato, finalmente, nella borsa, e Pegli

e un po' di lungomare incastonati in una bifora…

Non che io ci abbia creduto, a quell'annuncio,

sembrava una lamentazione civettuola,

non davi nessun segno delle tue ferite, e addirittura

portavi in quel consesso studentesco

una salute arcana e irraggiungibile,

con quei capelli crespi da gitana, la grazia

di una dea che non frequenta il mondo,

la sigaretta accesa e il fumo che spiraleggiava

come un'aura, un'estensione inafferrabile

e sontuosa del tuo corpo.

Ma ti ho creduta dopo, nel mezzo di quell'incubo agostano

sul letto di una stanza dozzinale,

il pronto soccorso era lontano, non avevamo l'auto,

sia il dottorino che il primario puntavano a esportare

ovunque purché altrove

la tua morte...

O anche più in qua, quanta impotenza

guardandoti rinchiusa, per esempio,

nel vano dell'autoambulanza ferma in coda, all'alba

di un mattino che grondavi sangue,

mentre io tentavo di svanire fino in fondo,

e intanto mi chiedevo come fare -

come farò se non mi fosse dato più toccarle

il volto, e quei suoi piedi seicenteschi cui m'aggrappo

fingendo che in un tocco la durata

riesca a spezzare la freccia del tempo


quando l'infermiera vide il mio pallore

con poche memorabili parole mi interruppe

"vuole un caffè, perché non si siede?"


© Massimo Morasso 2004