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Ti ho conosciuta sotto a una finestra
- "Io sono una che è malata" -
hai sussurrato a un certo punto, con le altre al primo anno
a chiacchierare, Non essere il sonno di nessuno sotto tante
palpebre zeppato, finalmente, nella borsa, e Pegli
e un po' di lungomare incastonati in una bifora
Non che io ci abbia creduto, a quell'annuncio,
sembrava una lamentazione civettuola,
non davi nessun segno delle tue ferite, e addirittura
portavi in quel consesso
studentesco
una salute arcana e irraggiungibile,
con quei capelli crespi da gitana, la grazia
di una dea che non frequenta il mondo,
la sigaretta accesa e il fumo che spiraleggiava
come un'aura, un'estensione inafferrabile
e sontuosa del tuo corpo.
Ma ti ho creduta dopo,
nel mezzo di quell'incubo agostano
sul letto di una stanza dozzinale,
il pronto soccorso era lontano, non avevamo l'auto,
sia il dottorino che
il primario puntavano a esportare
ovunque purché altrove
la tua morte...
O anche più in
qua, quanta impotenza
guardandoti rinchiusa, per esempio,
nel vano dell'autoambulanza ferma in coda, all'alba
di un mattino che grondavi sangue,
mentre io tentavo di
svanire fino in fondo,
e intanto mi chiedevo come fare -
come farò se non mi fosse dato più toccarle
il volto, e quei suoi piedi seicenteschi cui m'aggrappo
fingendo che in un tocco la durata
riesca a spezzare la freccia del tempo
quando l'infermiera vide il mio pallore
con poche memorabili parole mi interruppe
"vuole un caffè, perché non si siede?"
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