|
Chissà cosa voleva
dire Rainer
nel criptico l'epitaffio con su scritto
rosa pura contraddizione voglia
di non essere il sonno
di nessuno
a fare da memento sotto il muro
della chiesetta a picco di Raron.
La contessa lo chiamava dottor Serafico
ma a contarne le amate si direbbe
tranquillamente un inguaribile tombeur.
Tremava spesso, come capita che accada
certe volte ai devoti delle tele di Kiefer,
p.es. quella con sopra
l'uomo una calotta astrale
e dentro, non chiamato, il dio del buio.
"Non è un poeta, ma la poesia stessa"
sta scritto in una lettera del '30 a Charles Vidrac.
Le fughe dappertutto l'opera
della vista la lunga
sterile attesa i vibranti silenzi
la costruzione, dentro, di una cattedrale invisibile
poiché da questo lato si distingue troppo
fortemente ciò che nell'altro a ripensarci
resta un enigma e oltre
ogni immagine ci interroga.
Ma anch'io, di questi tempi, amo le sparse
poesie dei tempi bui, la grande amica
notte in cui rivedo
come nel negativo di una luce che accendesse
la trilogia spagnola, il micio
di Balthus, l'abbozzo di elegia
all'amica pazza
poetessa due volte vedova dal '26
benché mai vista.
Ci sono dei versi in certe poesie
che picchiano sui margini del cuore
come gocce di pioggia alla finestra. Leggendoli
con l'attenzione al culmine ci senti
il ritmo della metamorfosi incalzante
un brulichio molteplice
di suoni
che sale a poco a poco
nel cervello
al passo di un esercito infernale.
Quante volte ho chiesto ai tuoi versi senza
trovare risposta da dove viene
l'essere e il bene
non lo so ancora e già
sto quasi per andarmene.
Lo invitavano in tutti i castelli.
"Je Vous remercie, Sua Altezza", oppure
"Vielen Dank, Contessa", rispondeva
nei suoi modi squisiti il poeta
che aveva messo in ginocchio le stelle
piegando il capo come un valvassore
a un cenno - prodigo di terre - del padrone.
Un'anima contemplativa, un povero
di spirito, fu detto, un essere in essenza
fuori luogo, così
sperduto dentro all'era del proletariato
da rifugiarsi tutto imbellettato
nell'agonia fané del tardo impero
Con il suo culto di Rodin e il suo amore per gli angeli
se appena pensava di penetrare una cosa con gli occhi
finiva naturalmente per esserne penetrato (disse una volta
a Claire Goll: "contempla gli oggetti fino a quando
non li hai inghiottiti!").
Aveva abitudini strane? Era vegetariano
benché nient'affatto new-age,
e teneva al blasone del suo nome
tanto da inventarsi un'araldica ad hoc.
Gli piaceva camminare a piedi nudi sull'erba
ma ogni tanto la creatività
sviata dall'angoscia
lo faceva bloccare come un bimbo
davanti alla presenza
tormentosa di un fantasma
- per esempio un'acacia.
Lo acquietava poi Lou
Salomé, sola reale
Silenzioso in poltrona dal pianista Busoni
con D'Annunzio ciarliero sul sofà, e Benvenuta,
musa dell'ora, preda
di un turbine dialettico eccitato
in mezzo a tanto illustre
borbottio
E' che non volle mai sprecare le parole,
neppure da ragazzo, anche a René
il giovane apprendista del linguaggio
non preservare le parole dallo sperpero
sembrava un passo falso nello spirito
un gioco da stregone letterato un
turpe, irredimibile peccato.
Cerca cose profonde
con parole di superficie,
le scova, a volte, come per miracolo
non essendo un sapiente azzarda
con la perizia scaltra del flaneur
per ogni cosa un metodo d'indagine dell'anima
a dragare
il senso della terra, l'alchimia
volatile del verbo, roba
importante, da filosofi,
tanto nascosta che ci vuole un dio.
Disumanità del suo sentimento.
Al di là dell'amore personale
l'idea di una tensione solitaria verso
gli spazi senza negazione in cui è presente
in ogni punto l'incommensurabile.
A sua moglie scultrice che chiedeva mi ami
avrebbe potuto rispondere un altro
cioè a dir meglio una bocca fra le tante di lui
che amavano le ore oscure del suo essere.
Penna e Parigi, il vero apprendistato.
E quando un critico cretino chiese
al poeta quali fossero i suoi influssi
l'uomo, ritroso, disse non ho letto quasi
niente di filosofia niente di mistica.
L'immaginazione al potere! - gridavano
convinti più o meno quarant'anni fa
ovvero quarant'anni
dopo la scomparsa
della poesia dentro una clinica a Ginevra.
Ma oltre l'immaginazione c'è la vita
che è più grande, scrivesti in una lettera,
come a dire - almeno in via privata -
la vita è il primo bene,
e poi nell'ordo amoris la previene.
Per passare oltre il "Dinggedicht"?
Non tutti sanno intravedere il reale.
Portavi le cose mute a cantare il loro canto cosale
come in un matrimonio di materia e spirito.
Una parola parla, quando vuol dire
cose, ci hai insegnato. Tra la poesia e la cosa
c'è tutta una vicenda di rinuncia
ed incantesimo a far velo all'abitudine,
la nostra cecità, gli occhi viziati.
Simile a un artigiano, hai costruito un regno
di parole per il Re, se c'è, dell'Invisibile.
Ti sei mutato in ape. Hai spinto sensi e nomi nelle cose
per farne luci di un nascosto firmamento.
Ho in mente certi oggetti più piccini
più della celeberrima pantera del Jardin.
Alle volte mi annoi. E trovo imbarazzanti
le pose gigionesche della voce, i ghirigori iper-
sofistici o astrattivi, il tuo giocare
a far maniera di te stesso, insomma, il tuo
saperti Rilke e, in
quanto Rilke, a tratti, rispecchiarti
Orfeo... Così
ti poso e mi apro Raymond Carver
o, addirittura, certe sere, accendo la tv.
Hai per davvero (dico
davvero) detto messa con un cane?
E per davvero giungono infinitamente più lontano
sopra di te le Elegie? Te lo chiedo
non per curiosità o filologica acribia
ma perché la
mia vita
- l'idea del mio cammino
in una legge -
dipende dalla tua risposta
come chi gioca dalla mano del croupier
Resta un'estranea
con tutti i suoi fiocchi e belletti
Madame Lamort la modista
ma restano estranee anche le cose
come per esempio la birra
nonostante che qui ne scorra a litri e gli attacchini
riempiano i bassi di
cartelli con la birra
provocando un'inflazione del bizzarro
marchio "Sine Morte"
visibile quasi dappertutto per chi ha gli occhi
bene aperti
appena dietro al gioco delle parti
e alle finestre a muro di un poeta che non bevve
mai, nudo fino alle ossa.
Non ho dovuto arrampicarmi sui bastioni
per avvicinarmi ti ho guardato negli occhi
che avevi grandi come due pianeti
fissi in un'orbita celeste
e allora anch'io mi sono svegliato in un castello
solo che nel mio gli angeli non hanno le ali
non li distinguo dalla donna delle pulizie
che ha una sorella che sta male e nonostante il male
ha nello sguardo un universo che è felice.
Incomprensibile la complessità del genio,
costruito, per sottrazione, per decreazione.
Non restano tracce di tracollo psicologico
neanche durante l'agonia, malgrado il fuoco
che gli bruciava viscere e destino
come per un colpo di Schrapnel in trincea
a dirgli smettila una buona volta
con le tue visioni.
Ti sei scampato l'orrore, Rainer. Pochi anni ancora
e il tuo difetto nel sangue, l'inarrestabile
proliferazione del bianco nelle vene
lo avrebbero riletto in negativo
per disamore di patria,
indisciplina, abiura alla Totentanz che viene,
sintomi fisici di qualche tara nello spirito
Eh sì, il nostro sentirci responsabili
come davanti a una memoria eterna,
chiusi in un luogo dove tutto torna
dentro a una chiara geografia del senso
e il nostro grido umano si condensa
in armonie tentate di parole
quando in un gesto anche il Vernichtende
wird Welt
Febbre intestinale, e pustole nere sulla pelle
sulle mucose del naso sulle mucose delle labbra.
Ma il medico curante dottor Haemmerli
decise di non rivelare la sua diagnosi.
Si trattava di una forma acutissima
del male, e di una forma rara per di più,
e sconfinatamene dolorosa.
Penso allo stupore di un uomo come Rainer
che prima del trapasso, in uno spasimo,
ancora si fa forza e, come deve, scrive: Questo
dolore mi copre. Mi stacca.
Occorre ammetterlo alla fine
che anche se le parole ci sono le cose
e le persone non è detto. Perfino adesso, fra le mani
sapienti di pietà dell'infermiera
stai morendo, è un fatto, perdi cellule.
Pensi di dire e intanto arretri verso il buio.
Ma di fronte al dolore - ecco:
di fronte all'anima in lotta per la vita
negli occhi di chi s'ama - non si parla.
Neanche il tuo corpo, Rainer, può resistere lì appeso.
A ragionarci bene non c'è scampo
stai pensando, la metamorfosi è una legge di natura
che si comunica da sé, senza alcun medium,
aprite anche soltanto il Malte e capirete
oppure date luce ad un paesaggio del vallese come questo
tagliato in due da un lago freddo, d'acqua spenta,
o a una veduta più solare se vi riesce
vera o mentale, in fondo, cosa importa
purché sia ...
©
Massimo Morasso
|