Newsletter di Dicembre

dal sitowww.chiaradeluca.com

 

 

Si avvicina la fine dell'anno. Dunque mi è venuto in mente di fare un (almeno parziale) bilancio, però solo delle cose belle. Ho radunato i libri che mi hanno fatto compagnia, gli autori, italiani e stranieri, di cui mi sono in qualche modo occupata, e notavo che non ho abbastanza posto sulla scrivania... ne ho scelti alcuni, da segnalare qui. Perché i libri, sono doni che vien voglia di condividere. Questa newsletter potrebbe continuare, e chiedo anche l'aiuto di chi passa di qui, e abbia voglia di segnalarmi voci, autori, italiani o stranieri, libri, eventi, incontri, cose...

Chiara De Luca

 

 

 




Le fonti antiche, in merito al nome di Ginevra Cantofoli, appaiono come prosciugate, ad attingervi non si disseta alcun bisogno, non riescono a riempire nemmeno un bicchiere di parole. In più di un'occasione, sfogliando opuscoli eruditi locali del Settecento, custoditi entro polverosi cartolari, mi è venuta alla mente la protagonista di "Possessione", la poetessa vittoriana creata dalla penna di Antonia S. Byatt, da lei fatta vivere nell'oblio dei cronisti del tempo per poi farle dimostrare un grande talento e immaginarla quale segreta ispiratrice dei versi di un gigante della letteratura. Anche nel romanzo chi conduce le indagini consulta fonti bibliografiche che contengono solo commenti sterili, poche frasi riportate identiche da un testo all'altro. Un arido tramando di notiziole sempre più scarne di passaggio, impietoso indizio di un'assenza di attenzioni, di una mancata considerazione storica. Invece di scoprire una persona, a tratti anch'io covo il sospetto di aver inventato un personaggio, di giocare col mito del risarcimento morale, con la retorica funzione salvifica degli studi, ma i quadri esistono, sono lì, eloquenti ed enigmatici, ad attendere gli esiti di una nuova lettura.

 

 

 

Massimo Pulini, Ginevra Cantofoli. La nuova nascita di una pittrice nella Bologna del Seicento, Compositori, Bologna 2006


Il volume rimuove il velo d'ombra che ha finora nascosto l'immagine di una affascinante pittrice, vissuta nella Bologna del Seicento, alle spalle della più famosa Elisabetta Sirani. L'abusato termine di "riscoperta" torna qui ad avere il senso di un'avventura storica, restituita in modo avvincente e con piglio narrativo. Dall'esile traccia di un unico dipinto, l'Autore è riuscito a raggruppare una notevole quantità e qualità di opere che permettono ora di apprezzare lo spirito delicato e tenace di questa misteriosa personalità artistica. Passati sotto il nome di Guido Reni e di altri pittori, alcuni dipinti di Ginevra Cantofoli hanno goduto nei secoli scorsi di una vastissima fama (basti pensare al presunto ritratto di Beatrice Cenci). Restituiti finalmente alla legittima autrice aiuteranno a procurarle, assieme a questo libro, uno spazio adeguato nel mutevole panorama della storia dell'arte.

Dolore è una parola carnale, Sulla poesia di Martino Baldi, Stefano Lorefice e Simone Molinaroli

 

C'è soprattutto una cosa che spesso colpisce molto leggendo alcuni giovani che hanno già un percorso poetico definito alle spalle, ed è la mancanza di élan vital, la rassegnazione, la chiusura cinica che non lascia spazio alla speranza, che toglie nerbo a poesie pur spesso finemente cesellate e oggettivamente "riuscite". Se questa cappa di pessimismo senza uscita, questo raggomitolarsi nell'io colpisce nella poesia di poeti già affermati, a maggior ragione spiazza nei testi di poeti giovani, e potrebbe indurre a sospettare che si tratti di una posa, forse anche in parte inconsapevole, di un compiacimento non del tutto sincero. La cosa che più sorprende è che alcuni giovani paiono già dediti a un epigonismo di maniera, a rischio di divenire in breve epigonio di sé stessi. Un testo può essere formalmente impeccabile, ma se manca di anima, di sangue, di esperienza, rischia di lasciare indifferenti.

[...]

Chiara De Luca

 

"Poesia", Anno XIX, Novembre 2006, N. 210

 

 

 

Vetrina Libri

 

 

 

III C'è gente appesa perfino sui pali delle navi / lo sguardo che accusa e spunta o non crede: / dopo la voce italiana il motore spegne e qualunque suono // riassorbe fino al beccheggio, ai corpi fermi: procedure dice / le tue leggi uguali sempre. Sotto scorta fino al porto / e poi la fonda lo sbarci diritto fino al recinto a cumulare // le presenze come merce di stoccaggio. Non più di poco ripete / poi si rimpatria così come si arriva. Non si vede il numero / non si conta nemmeno quanta legione per nave al giorno // sperare la terra e nonostante le preghiere rimbalzare

 

Fabiano Alborghetti, L'opposta riva, Lietocolle 2006

 

La materia cui Alborghetti ha messo mano con questa sua opera di poesia, di particolare intensità e singolarità [...] Riguarda infatti gli esclusi, gli emarginati, i fuggitivi, i “sans papier”, [...]. Problema spinoso del nostro tempo, [...].
Alborghetti ha voluto avvicinarlo e approfondirlo non da osservatore neutrale, ma facendosi come uno di loro, [...]
La forma, lo stile che ne caratterizzano la qualità (della poesia), stanno in un linguaggio chiaro, diretto, a volte anche teso, che non concede niente alla retorica e fa segnare al percorso espressivo di Alborghetti, infine alla sua poesia, un momento importante di raggiunta e compiuta maturità.

Giampiero Neri

 

 

L'INIZIO Il silenzio risalirà le voci / come un oceano il buio / acqua che scava le mani / questa luce che si lacera / tra la pietra e il cielo / la notte mi riporta / sulle tracce di nessun luogo / dove braccia si gettano / nella miriade dell'inizio.

 

 

 

Corrado Benigni, Lietocolle 2005

Versi appuntiti ed esatti, questi di Corrado Benigni. Versi che tentano - con risultati eccellenti - di dare un perimetro alla materia incandescente del trauma, di conferirgli un ritmo fermo di constatazione.
[...] Ognuna di queste poesie è frutto di una fatica incessante, di mille stesure e ripensamenti. Qui il demone della variante s'incarna in un'esigenza di economia: restringere, affilare, ricondurre ogni elemento al suo nucleo essenziale. Ed escludere ogni traccia di diario privato dai temi, peraltro drammatici, che l'attraversano: l'esilio, l'istante senza appoggio, la nudità, il gelo, la luce, soprattutto la luce. Una luce inquieta, densa di segnali e presagi, una luce che ha conosciuto quella di Celan ed è scossa dalla tempesta, è carica di allarme e di peso - "corpi gravati di luce" - quasi avesse assunto in se stessa tutta la pressione della parola poetica: parola, questa di Corrado Benigni, che s'incammina ogni volta in lunghi silenzi, in terreni insidiosi e accidentati, prima di trovare la sua unica forma; e di tale cammino porta in sé tutto il senso, la forza e la verità.

Milo De Angelis

 

Impara che sei quello che hai. / Impara a tenerti / con la mano aperta / a scansare i sostegni / a cadere dentro il tuo solo nome / e che le altre acque di battesimo / non ne daranno nuovi. / Impara a perdonarti / perché ciò che è fatto, è nato / in un rotolo più grande / tua è la pergamena, altro l'impasto / e non lo chiami Dio. / Impara che ad amare / non si viene amati sempre / ma che bisogna farlo / perché questa differenza sola / ricresce gli anni / li fa sposare / figliare tra loro un futuro. / Impara che puoi lavare / la polvere che diventiamo / con parole brillanti, gonfie di succo / e che la sete è di tutti / ma le tue bocche fanno / la sete ed il bicchiere. / Impàrati a memoria come una poesia gloriosa / detta in piedi sulla sedia... / Applausi liberati / per il tremare delle tue caviglie.

 

 

Sabrina Foschini, Ragioni della sete, Raffaelli, Rimini 2006

 

 

 

 

Con ragioni della sete siamo di fronte a un libro che getta le sue fondamenta sui corpi in movimento disarticolato tra fiamme e righe di quaderno, un libro in cui l'amore circola in terra, è elemento genetico e palingenesi, rivoluzione battesimale, scempio molecolare che crea - anzi fa - l'altro con le proprie mani e non si cura di far metafora, dice di un sangue letterale misto ad acqua di mare nella quale il corpo cresciuto per essere riscritto con la lingua adolescenziale degli amanti. 

Sabrina Foschini mette sulla tovaglia arricchita dall'uso delle sue pagine le mani prensili di due che rubano l'amato prima di dio, lo colgono da vivo dalla uterina caverna di platone alla morte.

 

Maria Grazia Calandrone

 

 

 

 

se pretendi il salto / e l'elmo o quella forza / che dia il frutto / chiaro della mano / se reclami l'opera e l'intero / se scrivi a caso o spiovi / fino alla pozza o al buio / se incidi ed espelli se sei terra / cioè pane cioè bocca e cieco / t'infuochi se sei palmo / sospeso tra nero e astro o punto / se sei punto o covo / io che in me batti e sporgi fuori / e parli e vedi e scampi / al vuoto "dove comincia - chiedi - / dove finisce io dove finisco / se sono salto ed elmo e palmo / se parlo e ovunque muoio?

 

 

Stefano Guglielmin, La distanza immedicata, Le voci della luna, Sasso Marconi 2006

 

 

Una distanza immedicabile?

È ancora possibile la poesia? E prima ancora, che cos'è la poesia, quale posto ha nel divenire del mondo? Questo nuovo libro di Stefano Guglielmin, certamente il più stilisticamente maturo e complesso, dà una risposta sconcertante, ma che nella sua persuasività sembra essere l'unica possibile, anzi, sembra essere lì da sempre: la poesia è ancora possibile proprio perché è il divenire stesso del mondo, è l'emblema stesso della continua lotta che caratterizza gli opposti che fanno essere la realtà.

Giovanna Frene

 

 

Si è ricordati nelle case / nel salire a cerchio della boscaglia / le mura sciacquate al grigio della pietra. // Alle pareti animali d'argilla / curvano riflessi in un bacile - / Noi siamo appena scorti / ombra scoscesa di mensole, cibi / vasi di steli recisi. // Parole fuggono via prima di dirci. / Di dire il luogo, la luce acquatica / dei contorni, la pagina riletta, fissa nel legno / per farsi quasi pelle nella notte. // Un'incertezza di foglie smorza / piogge sul fondo delle stanze. // Si è attesi negli oggetti - un'erba / tenue, trasparente di pavimenti / l'ossame ambrato dei mobili / pance perfette di barattoli, piene. / La bocca resa al bicchiere. / Fiordalisi crescono carnivori per le vene.

 

 

Francesca Matteoni, Artico, Crocetti, Milano 2005

 

 

Artico: un mondo invernale - in molti testi il paesaggio di neve del nord estremo - dove però resiste una vita di piccole genti. Scenari fiabeschi, prevalentemente di carattere nordico, ma anche con elementi del mito classico, sempre però in una declinazione notturna, con la crudeltà estrema e insieme con il filo di salvezza che caratterizzano la vera fiaba. La lirica di Francesca Matteoni s'impone per una viva figuratività (ma composta in un tutto coerente, risolta in una narrazione e insieme per una grande carica emozionale. Un'emozionalità che implica fortemente il soggetto poetante senza tuttavia risultare ancora schiacciata dall'immediatezza biografica. E che proprio per questo si rende più efficacemente comunicabile.

Vittorio Biagini, Andrea Sirotti


 

l'amore dalle mani spezzate / senza appetito coi colpi allo stomaco / che fanno male davvero / che fuori dalla pioggia ti lascia la pioggia / e quello che resta / perché ti ha già portato via abbastanza

 

 

 

Stefano Lorefice, L'esperienza della pioggia, Campanotto 2006

 

L'esperienza della pioggia "è anche un libro di ricerca sul significato della parola", "un lavorare di stomaco per un dire semplice, che volutamente sta negli interstizi delle parole, se ne occupa in silenzio e se ne sporca", perché "dovremmo sedere attorno alle cose / alla loro vera posizione / come dei messaggeri su un vecchio sentiero / che riposano / come gente che conosce ciò ch'è scritto / senza la finzione che muove la voce".
Il dire semplice è quello che da voce al nostro intimo, a ciò che vi si nasconde, zittito, come inghiottito dalla frenesia di un correre che non implica vero movimento: «quattro parole soltanto / fatte per me, senza bordi / quando alla fine si scrive delle dita spellate / attorno alla vita / questo chiedo / invece tutto attorno mi pare “sparire e masticare” / da gente che ha una frenesia di fame / manca il fiato per capire i nostri angeli muti / che c’è un momento in piena lungo le strade / steppe compatte di asfalto / di notte ci si alza per andare / con le mani che stanno / e ci sembra d’essere veri, / ma schiacciati come siamo perdiamo la forma / l’origine del movimento»

Chiara De Luca, in "Poesia", XIX, N. 210, Novembre 2006

 

 

 

il tre settembre    Non sto pensando o perlomeno. / Solo così avrei potuto capirlo, tra i cerchioni stridenti / sui freni bagnati. / L'orologio mi annuncia le dieci di sera / e non posso, non ora, telefonarti. / - Dove vai, cosa fai, come stai? Discutevo tra l'altro / col mio solito ego, di quest'inizio di novembre / che non è niente male / per essere soltanto il tre settembre... // E non è che non lo sappia, cercarti adesso / è continuare a trattenerti.

Silvia Monti, Più primavera che paranoia, Lietocolle 2006

 

Un libro come un viaggio, formazione di un'identità poetica in continuo divenire, rito iniziatico a tutti gli effetti, "più primavera che paranoia".
Punto di partenza nella sua valenza magico-evocativa, se di ciò si può parlare in una realtà policentrica alla ricerca di radici come quella in questione, Pasturo.
Pasturo, luogo di poesia, santuario laico di devozione: quanto Antonia Pozzi pesi nell'economia della poetica della monti è scritto, quasi si trattasse di un codice genetico, nella stessa idea di ribellione-rivoluzione, nell'accettazione di un'età che è corpo e, contemporaneamente, idea, e in cui i nodi esistenziali cominciano a sciogliersi, a farsi catene con cui convivere: il senso del dolore, la sua presa di coscienza, l'idea di diversità della monti, raccolgono l'eredità di Antonia Pozzi e la sviluppano in nuove potenzialità espressive, incarnando il tessuto poetico di passione, rendendolo corpo che si genera per scatti, illuminazioni, contaminazioni linguistiche.

Ivan Fedeli

0.4  mi sono alzata nel buco più crudele della notte 7 ed ero sveglia e pensavo solo / oddio / fa' che non siano sempre le 4 e 48. // mi sono alzata ad ascoltare un po' di buona musica / piuttosto che ammazzarmi dentro al letto / soffocarmi, fare a pezzi e sezionare / la mia dannata vita goes by. / avrei voluto anche dormire, riposare, / non essere lì con tutto il cosmo sveglio a recitare / il mio condono esistenziale, / staccarmi via la testa, piangere, svenire. // non così tanto sano ragionare

 

 

Cosmogonia a fette    Pensa strada facendo / Solleva i lembi del suolo / Delirio di nano europeo / Fame che ignora il suicidio / Città morta & uomo rinato / Al gran ballo del mondo in cancrena / calici colmi d'oro fuso & piattole

 

 

 

 

Alessandro de Santis, Il cielo interrato, Joker, 2006

 

 

 

La poesia di Alessandro De Santis è quella dell'essenza del messaggio e dell'urgenza di comunicarlo; lo si evince non solo dalla brevità di molti testi, ma soprattutto dalla presenza di tutti quegli elementi che portano l'autore a confrontarsi, non tanto con la vastità della materia e del pensiero, quanto con la sua profondità. Una scrittura ridotta al nocciolo, alla ricerca del centro nevralgico attorno a cui ruota il discorso, dove poco o nulla è lasciato al contorno, alle periferie della forzatura linguistica. Il lavoro di potatura dell'eccesso si distribuisce su molteplici livelli, dai nessi tematici, al tono del linguaggio, alla naturalezza degli artifici. Il lettore ha l'impressione di trovarsi al cospetto di un panorama notturno; luci lontane della città invisibile della verità: "La verità è una città invisibile... Senso segreto degli oggetti / a ovest dello specchio..."

Cesare Oddera

 

Verrà l'anno dicevi ma io /gustavo le pareti spoglie  senza addobbi le luci / a colori fuori erano / piccoli occhietti un po' / aperti e un po' spenti

 

 

 

Vera Lucia de Oliveira, Verrà l'anno, Fara, Santarcangelo di Romagna 2006

 

Vera Lúcia de Oliveira "parla in due lingue da sola", affida al vento un messaggio, invita attorno al fuoco parole, chiamando "le cose ad accompagnarle". Ed è così questa poesia: non un mero tentativo di nominare, bensì un evocare le cose mediante la scelta accurata di parole "semplici", quotidiane, dirette, eppure vibranti, sospese in una tensione continua, che ne accresce le potenzialità iconiche.

Chiara De Luca

 

 

 

SPARANDO A TE E A BABBO NATALE  Non ti voglio più / accanto a me. / Non voglio più / il tuo odore / fra queste coperte / non voglio più / i tuoi dubbi / a illuminarmi l'anima / non voglio più / il tuo modo / di affrontare il mondo / i tuoi sorrisi / le tue rabbie / i tuoi rancori / improvvisi / le tue mani su di me / i tuoi occhi dentro / di me / la tua lingua affilata / addolcita / ammaliata / dalla mia / il tuo buttarti via / a volte / per far vedere / quanto sei brava / a riprenderti / da sola / il tuo tradirti / di continuo / per far capire / agli altri / che sono importanti / senza curarsi / spesso / di quanto importante / sei te. / Non ti voglio più / a bussarmi di notte / a casa. / Non è più casa tua . / Non lo è mai stata. / Non siamo adatti / hanno avuto / ragione. / A vivere insieme. / A centellinare / sensazioni troppo / forti / a "gestire" affetti / ingombranti / ad ingoiare / orgogli, rospi e gente / brutta intorno / che ha fatto finta / per troppo tempo / di essere / qualcosa / che non è. / E ci ha contagiato. / E ci ha ammalato. / E ci ha ucciso / alla fine. / Troppo importante / essere accetati / e la pena / per chi non lo fa / è essere isolati / e comunque / finisce sempre uguale / l'amore perde / e quando vince / non è amore / è convenienza. / Non ti voglio più / intorno a me / perché mi hai / suicidato il cuore / me lo hai fatto / a pezzetti / piccoli come / bocconi per bambini / che non vogliono / mangiare / e fanno le bizze. / Questo siamo stati. / Non ti voglio più / intorno a me / anche se / sei l'unica / per cui avrei accettato / forse / di diventare banale / come questi versi / come questi giorni / come questa / malinconia / di babbi natale / attaccati alle pareti / di case murate / addosso / alle solitudini / di gente convinta / che babbo natale / non esista / quando basterebbe / aprire la finestra / e farlo entrare...

 

 

 

 

Riccardo Scaldini, Non mettere amore nel titolo, Settegiorni Editore, Pistoia 2005

(illustre) PREFAZIONE

Lei domanda se i suoi versi siano buoni. Lo domanda a me. Prima lo ha domandato ad altri. Li invia alle riviste. Li confronta con altre poesie, e si allarma se certe redazioni rifiutano le sue prove. Ora, poiché mi ha autorizzato a consigliarla, le chiedo di rinunciare a tutto questo. Lei guarda all'esterno, ed è appunto questo che ora non dovrebbe fare. Nessuno può darle consiglio o aiuto, nessuno. Non v'è che un mezzo. Guardi dentro di sé. Si interroghi sul motivo che le intima di scrivere; verifichi se esso protenda le sue radici nel punto più profondo del suo cuore; confessi a se stesso: morirebbe, se le fosse negato di scrivere? Questo soprattutto: si domandi, nell'ora più quieta della sua notte: devo scrivere? Questo soprattutto: si domandi, nell'ora più quieta della sua notte: devo scrivere? Frughi dentro di sé alla ricerca di una profonda risposta. E se sarà di assenso, se lei potrà affrontare con un forte e semplice "io devo" questa grave domanda, allora costruisca la sua vita secondo questa necessità. La sua vita, fin dentro la sua ora più indifferente e misera, deve farsi testimone di questa urgenza. Allora si avvicini alla natura. Allora cerchi, come un primo uomo, di dire ciò che vede e vive e ama e perde. [...] E se da questa introversione, da questo immergersi nel proprio mondo sorgono versi, allora non le verrà in mente di chiedere a qualcuno se siano buoni versi. Né tenterà di interessare le riviste a quei lavori: poiché in essi lei vedrà il suo caro e naturale possesso, una scheggia e un suono della sua vita. Un'opera d'arte è buona se nasce da necessità. Èn questa natura della sua origine a giudicarla: altro non v'è.

Suo devotissimo
Rainer Maria Rilke

 

da Lettere a un giovane poeta

 

 

IL PENSIERO DA' FASTIDIO  Il pensiero dà fastidio / anche se chi pensa sta pensando a se stesso / e non parla o se parla è poco / un verso di poesia animale, gemello / della computazione elementare restrostante / un brano di un'autistica preghiera / e il sacrificio umano / per il dio incontentabile degli orfani. / Il pensiero dà fastidio / anche se chi pensa sta pensando l'amore / come eterna pulsazione / che rende giovani e immortali / il prodigio senza trucchi / che restituisce un corpo ai morti / per camminare nella memoria / dei giorni fecondi. / Il pensiero dà fastidio / anche se chi pensa sta pensando / cosa posso dire a questi occhi / per vedere il loro vero colore / la furiosa bellezza / l'onda feroce di desiderio / che vidi nello sguardo / che generò il mio viaggio. / Il pensiero dà fastidio / anche se / abbiamo tutti amato / qualcosa che non esiste / e maledetto la speranza / e l'attesa incalcolabile dell'avvento / di un regno, di una parziale salvezza. / Abbiamo tutti amato / qualcosa che non esiste. / Per questo sopravvissuti.

 

 

 

 

Simone Molinaroli, Il crollo degli addendi, Ass Cult Press, Pistoia 2006

 

C'è in questi testi un desiderio forte di comunicare, un'apertura completa, senza nascondimenti, senza il facile e all'apparenza furbo ricorso a orpelli letterari e abbellimenti linguistici. C'è un linguaggio accuratamente vagliato, che coniuga la materia linguistica del quotidiano con l'equilibrio formale, la ricerca stilistica e la potenza evocativa, fondata su immagini nitide, forti e precise, luminose, anche nella loro intermittente oscurità, al punto da essere a volte insopportabili. Dunque efficaci, reali.

Chiara De Luca

 

BUCO NERO  In questo niente il tuo durare è come / un letto senza sponde. / Non è magnifica la bellezza del cofine / se apre il lato in cui non soffri / delle gioie? / E' il quotidiano a prepararci... / Le onde a cui pensi non possono aggirarsi / nel mistero : si può solo evocare / con blande analogie / (le nostre sono linee intermittenti, / dei nomi sulla pagina del mondo).

 

 

 

Alessandro Ramberti, Pietrisco, Fara, Santarcangelo di Romagna 2006

 

Il lavoro di Alessandro Ramberti pare costituirsi in parti di un unico discorso che non si esaurisce in questo libro, ma che caratterizza tutto il suo operato. E il percorso non è certo dei più semplici e dei più accettati: Ramberti indaga costantemente, più o meno in maniera celata, col proprio senso religioso, dimostrandone tra le righe l'esigenza, o meglio ancora molto spesso la totale necessità. E questa sorta di "carità" pare prendere i testi, condizionando i rapporti e le interazioni.

Matteo Fantuzzi

 

 

tutta una vita di fughe / in attesa di cogliere un barlume // brandelli di un attimo stracciato / azzurro tra le nubi

 

 

 

 

 

Roberto Cogo, Di acque / Di terre, Joker 2006

 

Ecco allora che, anche se siamo tutti "rinchiusi asetticamente pressurizzati" e forzati "contra naturam" a meccaniche precipitazioni, come era scritto in una precedente raccolta, il poeta dimostra di rientrare nel novero di coloro per i quali la poesia è ancora fedele rappresentazione dell'umano, di un vivere che non teme le gioie e i dolori, e soprattutto accoglie la molteplicità come dato non aprioristicamente positivo, ma che sarebbe un crimine rimuovere. La poesia sembra dirci Cogo, nonostante il mondo in cui prende vita, non può mai essere impersonale.

 

Sandro Montalto

 

COME SERENI  Potesse la neve mangiarseli tutti / cappotti impronte ombre / e lo sferraglio discreto della filovia // nascondere il funebre teatro / dei ricordi, memoria mobile / di ciò che non accadde // potesse riempire anche quel vuoto / quel buco nel palmo del passato / non solo di parole, dargli un senso / una temperatura esterna simile allo zero. // E invece non muore la memoria / sono io che mi consumo a poco a poco / sulle strade di sempre: / lo vedo / negli specchi degli altri, nei miei laghi. // Potesse la nebbia ingoiare per sempre / voci parole facce che tornano, la strada / via via che scorre alle mie spalle, / questo silenzio ululante / tutto questo passato e tutta / questa lombardia.

 

 

 

 

Martino Baldi, Capitoli della commedia, Edizioni Atelier, Borgomanero 2006

 

La poesia di Martino Baldi è prima di tutto «chiara», estremamente diretta, immediata, eppure non «trasparente», perché percorsa da venature che la striano, porte a scomparsa, o botole mimetiche sul palcoscenico, che lasciano ampio margine alla riflessione (o interazione) dello spettatore-lettore. Il suo intento pare essere prima di tutto quello di comunicare, di schiudere per gradi, e infine aprire (o squarciare) un sipario, lasciando che sia ciò che nasconde a mostrarsi da sé. E Baldi non mette in scena il proprio universo interiore, né la propria esperienza individuale presa nella sua unicità ed esemplarità. Piuttosto lascia entrare in scena il mondo da cui si lascia quotidianamente avvolgere e assorbire, a tratti annichilire. In Capitoli della commedia l’esperienza del singolo si incontra (e scontra) con quella collettiva, lo stato d’animo emerge dalla restituzione del dato oggettivo, dalla caratterizzazione accurata, per gradi e sfumature, dei suoi cari, dei vicini, degli abitanti della «Casa gialla», della gente che incontra sulla strada.

Chiara De Luca

 

Che sia l'albero di Giuda questo amore / appeso in un angolo appartato della casa. / Dalle mani perse nei tagli / nelle cicatrici dei baci / nei piedi irrequieti, in attesa / di ripercorrere lo stesso identico percorso. // I nostri corpi ci stavano stretti / ce li eravamo scambiati / per caso o per sconfiggere la sorte. / Ora la pelle scolpisce altre parole / filtra la luce e attende con distacco / altri profumi, o i giochi della morte.

 

 

 

 

Alessio Brandolini, Il male inconsapevole, Edizioni Il Ramo d'Oro, Trieste 2005

 

Il male inconsapevole, di Alessio Brandolini, mi ha colpita sin dal titolo, e le mie aspettative non sono state deluse. È un libro molto intenso, che fa pensare, un libro che sommuove e che "disturba", un libro che scava. Perché Brandolini si addentra nelle zone oscure del reale e di se stesso, visita con coraggio le zone d'ombra, sfiora l'inconfessabile, va a fondo nel dolore, si confronta con la morte, la malattia, la sofferenza fisica e spirituale. Il tutto con un linguaggio accessibile, chiaro, immediato, eppure elegante, nel fluire armonioso del verso, che spesso sfocia in intermezzi di prosa poetica, in cui il difficile equilibrio stabilito dall'accordo iniziale dei versi non è rotto neppure per un istante. Prosa e poesia si alternano, senza confondersi, quasi duettano. L'accensione immediata, verticale, della poesia incontra così l'andamento più rettilineo della prosa, senza spezzarlo. E la prosa svolge l'intuizione poetica senza mai rivelarla del tutto.
È come se il poeta chiamasse a raccolta tutti gli strumenti espressivi che ha a disposizione, per tentare di dire proprio quel male che inconsapevolmente ci portiamo dentro, che altrettanto inconsapevolmente ci accade di riversare su ciò che ci circonda, lasciando che l'amore sfugga, mentre noi restiamo a guardarci vivere, a metà tra il presente e il passato, talvolta sfiduciati nei confronti di un futuro che appare nebuloso, distante, quasi inaccessibile.

Chiara De Luca

 

Per il mio Dio, che non ho glorificato abbastanza. Per avervi deluso. Mea culpa. Tutto ciò che è/èstato/è/sarà/sarà stato. Io lo volli: Soma e Somara. Niente pietismi. O compassione: con passione, Amate! Amate: semplice. Piccolo e puro. Il Plaid a quadrettoni, il caffè caldo-non bollente, la luna piena quando sembra un calice di champagne (visto dall'alto). Amate la famiglia e dire, dire dire. Anche parolacce, ma significative ! I tappeti di coriandolo, ascoltate le quattro stagioni del pino. Amate i vostri amici pelosi, il pane sofficioso, le perle di schiuma. Leggete l'endecasillabo di una pubblicità, il segno di un bisturi e l'odore della carta. Amate. Provate.

 

 

 

 

Chiara Daino, La Merca, Fara, Santarcangelo di Romagna 2006

 

Voi sapete cos’è La Merca? È un marchio. È un
nuovo Bildungsroman: capovolto, crudo, ironico.
L’autore piega la vecchia lingua, grassa, per
sondare le piaghe/pieghe di una realtà diffusa e
taciuta: la vita che vive d’arte, e l’arte-vita che si
innesta sul d.c.a. Agli occhi del mondo: «disturbo
del comportamento alimentare». Ma è il mondo
stesso a soffrire come un disturbo l’esistenza di
Jenny; e la malattia di Jenny, se è tale, è solo questo
mondo. I Neologismi e la Contaminazione della
Lingua magra ricamano le personae parlanti (e
dire è dire tutto, contro tutti, sempre): il lettore
valuterà il peso della materia, che si fonde con il
verbo lieve. Nessun moralismo e nessun patetismo:
qui il Bíos è teso.

Massimo Sannelli

 

Mi sono corroso di premesse, crogiolandomi negli antefatti, ho abbozzato, mancandomi il coraggio di ogni compimento. Ho stuzzicato l'unizio di tutto ciò che ho creduto di poter diventare. Mi ossessionano i frammenti degli abbandoni. I cocci delle imprese interrotte, e vorrei potermi circoscrivere per vagliarmi nell'integrità.

 

 

 

 

Alessandro Assiri, Il giardino dei pensieri recisi, Aletti Editore, Guidonia 2006

 

Una scrittura che affonda, non solo per istintiva natura ma per scelta volontaristica, le sue radici e le sue ragioni nei processi mentali e razionali del soggetto cogitante, ponendosi come rassegna dinamica delle immagini privilegiate del moto e gioco intellettuale, è quella di Alessandro Assiri.
E' una scrittura che nasce e si fonda, nello spazio dell'apparentemente consueto, a partire da quella spontanea vena speculativa dell'autore iscritta in una quotidianità che si serve di tutto e di tutti, che sa recuperare e spremere a suo vantaggio qualsiasi scienza, prassi, fantasia.

Paolo Ruffilli

 

da IL BELLO DEI BAMBINI. Mentre invece quei serafini graziosi, concentrati su se stessi, ci fanno tenerezza e ci commuovono persino, sono l’emblema, disegnato da un divino pittore, della terribile natura umana. In questo senso sono angeli: messaggeri di una spietata verità. Ed è per questo che bisognerebbe vietarne l’uso negli spot pubblicitari: sono immorali

 

 

 

 

Francesco Randazzo, Papier Mais, Fara, Santarcangelo di Romagna 2006

 

Papier Mais, di Francesco Randazzo, è un libro che si estende ben oltre il piccolo formato e la brevità dei testi che lo compongono. È un libro che dura ben più del tempo della sua lettura. Lo abita un’ironia acuta e intelligente, che ti porta al sorriso o al riso, per poi smorzarlo e lasciarti a riflettere, a lungo. Come giustamente scrive Stefano Martello nella sua introduzione, Papier Mais è un’opera colma di umanità. Ed è un’umanità intesa nel senso più profondo del termine. Non si tratta dell’ostentato buonismo ipocrita e falsamente tollerante di chi guarda al mondo da una posizione di auto proclamata superiorità ora bacchettante, ora assolutoria. Si tratta piuttosto dello sguardo sofferto e partecipe di chi la realtà vuole coglierla nelle sue sfaccettature paradossali e contrapposte, eppure compresenti in un precario equilibrio che è in gran parte costruito su giochi di ruolo e di potere stabiliti dagli esseri umani (es. Un sindaco, La regola dell’alternanza, Il funzionario); e sulla mediocrità della massificazione acritica dei comportamenti (es. La vita quotidiana dei Vikinghi, Se non ci fosse l’America, Reality show).

Chiara De Luca

 

TRADUZIONI

 

Traduzioni di poesie di Guy Goffette su Liberinversi

 

 

 

 

 

Traduzioni da Entferntes Lachen su Liberinversi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Traduzioni di poesie di John Deane su Liberinversi

 

 

 

Traduzioni da l'Envers d'écrire su Fili d'aquilone

 

 

 

ANTOLOGIA

 

Traduzioni di poesie di Jorge Carrera Andrade su Liberinversi

 

 

 

 

 

 

 


 

 


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