Vivere a Ferrara



Vivo fuori scena.

Il tempo è diventato tutto mio,

posso sciuparlo, regalarlo,

scommettere sulla sua residua leggerezza,

abituarmi a portarlo con l'eleganza

di eroi colti poco prima della fine

a dir cose lievi e impertinenti,

posso impararne la sprezzatura

di guerrieri senz' altra guerra

che quella contro la paura di morire.

Non passo mai l'intera giornata qui,

appena possibile fuggo,

mentre sono via la casa deserta

vive già senza di me.

Ma è bello non far parte del gioco,

si diventa il genio di Aladino

se una mano strofina per caso sulla lampada

il desiderio di occupare la scena e rianimarla,

se una mano mi sfiora ed accende

l'immagine di come sarei,

di come vorrei uscire dalla lampada.





Ferrara, 11 gennaio 2005










Ritorno al mare





Il tuo tempo è diventato

il va e vieni del prigioniero nella cella,

l'attesa del pendolare

che ogni giorno spia la fuga

nell'orologio grande

allo stesso marciapiede.

Ritorna sui numeri dei binari

un'antica matematica di arrivi e partenze,

è ancora un gioco

contare i minuti per le coincidenze,

da bambino sempre sognavi di fuggire

da Ferrara per tornare al mare.

Era la via della felicità

il viale della stazione.

Nato sull'acqua

oggi ti parrebbe di tornare laggiù

ma non sai se i ritardi

siano fame di arrivare

o paura di scoprire

che tutto quell'azzurro è evaporato

e il mare non c'è più.





18 febbraio 2004












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Vecchio Dio






Dio, oggi non ho nessuna voglia

di sentirti scorrere nel sangue,

e faccio di tutto per non sentire

come pulsi alle orecchie,

vecchio sangue del mio Dio che s'attempa,

e si fa sempre più stanco e lento

finché un giorno cadremo insieme.

Levarsi la mattina e levarti con me,

accudirti, rivestirti, profumarti,

questi gesti di antica confidenza

di carcerati in così poco spazio,

lisi come abiti, frusti come parole

d'auguri ai compleanni,

le stesse che useremo capovolte

come stoffe per condoglianze,

che fatica si fa a tenerti in piedi,

mio vecchio Dio incolpevole, viziato,

capriccioso, sempre più sordo,

che non s'accorge di ripetersi

o forse finge e a volte riesce

a farsi credere unico e fedele,

deciso a restarmi accanto

per amore solo per amore,

e non perché non sa dove andare.

Ma intanto mi lasci qui a ricordare

il giovane Dio che eri,

che non aveva caldo né sete

e pattinava leggero sul ghiaccio

del Nulla cantando senz'ombra,

senza colpe da temere,

né premi da attendere,

il bel niente che eri

senza eco di me,

immune da questa leucemia

dell'eternità che mi beve il sangue.

Sei la mia subdola malattia, Dio mio,

febbre e nebbia che sale

dall'argine consumato del mio tempo.





Ferrara, 16 dicembre 2004










L'eretico





Non ero nato per vivere nell'ombra,

ho dovuto subirla,

ma di quali doni ricompensa

splendere nell'oscurità !

La gioia della meraviglia

se qualcuno mi scopre

e si prende il merito della scoperta,

il sollievo di aver già in partenza

deposto l'affanno di salire,

la risorsa di uno spreco delle ore

da gran signore del tempo,

la libertà di camminar fra chi corre,

la leggerezza di saltare corsia

non appena scorgo la fila

del buon senso,

lo spettacolo della vita

da fuori campo, fuori linea,

eretico da niente,

che gioca coi segnali delle parole,

e inaugura mondi

con gli alberi dalla chioma

sotto terra e le radici per aria,

a prendere confidenza

con gli errori del vecchio Dio,

che non ci vede più bene

e si lascia suggerire

dal diavolo le forme che non vede,

( il diavolo sono io ).





Ferrara, 17 dicembre 2004











La costruzione della vita





Ormai anche l'ala nord è finita,

il palazzo si mostra nella forma intera.

E la facciata innalzata per prima

più di mezzo secolo fa,

inizia ad invecchiare,

il suo stile è superato,

non è più di moda,

criticano l'architetto manierista,

oggi l'avrebbero disegnata più severa,

meno ricca di marmi colorati,

come una vecchia fortezza medievale,

pronta a resistere ai pirati del mare.

Per giocare l'usura del tempo,

salva le forme partorirle già antiche,

la strategia sarebbe quella dell'animale

che si finge morto,

per non essere divorato.

Mi perdo a fantasticare

come avrebbe potuto apparire

l'animale mia vita in altre forme,

fiuto la trappola in cui sono caduto

scegliendo il mio stile di poeta.

E invece nemmeno più leggono le parole,

aprono un libro se ricco di immagini,

non sanno più cantare la cosa

ad occhi chiusi.





23 dicembre 2004












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Verso un nuovo anno





Quanti anni ho freddato

in volo l'attesa

sparando ad una ad una le parole.

Così un suono scoppia in un suono

che poi muore in un altro,

così inseguendo il silenzio

s'innalza la gloria del Poema.

Ogni parola corre verso la sua fine

ma non riposa mai, fugge il silenzio

e la pausa è l'attesa d'una città

dove i ritardi s'accumulano

nell'annuncio dell'altoparlante.

Quella voce puntuale

cade sull'anima

e sembra la tromba dell'angelo

il giorno del Giudizio.

Mi cattura una nuova pausa,

nella successione degli anni,

subito mi sento in colpa

come se avessi schiacciato

camminando una città di formiche.

Non c'è posto per il vuoto

nessuna vita lo accoglie,

dicono che ti pentirai

di non aver profittato del tuo tempo !

Ma nessuno ti aspetta

per rimproverartelo,

come non spetta ricompensa alcuna

al cacciatore d'aver centrato la parola

con la mira esatta della mano.










A Fiore





Non sono ancora arrivato

e già soffro gli orizzonti

delle montagne che chiudono

la mia ansia di varcarle,

ma ogni volta superata una catena

eccone subito un'altra.

Molti compagni di viaggio sono già caduti,

e se ogni notte mi pare di riaverli con me

al risveglio dal sogno cresce la vergogna

di portare dentro un segreto tesoro

che non so più a chi affidare.

Ma ieri uno sconosciuto

mi ha guardato e mi ha detto

"nessuno è più ricco di te".

Alla luce di quel lampo,

dall'alto ho visto un paesaggio

infinito senza più montagne.

Forse ero arrivato, forse ero salvo ?

M'è sembrato di colpo d'essere

sollevato in cielo fra gli dei.

Perché carni, volti, nomi

oggi sono la sostanza dei sogni

offerti come gli antichi sacrifici

il cui profumo si perdeva in alto nei cieli,

cercando il favore degli dei.

 



Ferrara, 27 gennaio 2005












Vecchi e nuovi specchi





Specchi dove non mi stanco

di guardarmi sono

le stazioni di provincia,

i vagoni di seconda classe,

i vecchi che trascinano sporte a rotelle,

i depositi di biciclette incatenate a pali,

la gente che aspetta in coda un autobus

e intanto scruta lontano

e non vede nessuno arrivare.

Ma a volte mi sorprendo a guardarmi

in specchi diversi e più antichi

quando rileggo un verso

che mi folgorava trent'anni fa,

"Felicità raggiunta si cammina

per te sul fil di lama"…

Ecco, a cinquantasette anni

la vecchia voglia d'incanto mi riprende

di chiamare e dirteli quei versi

che mi fanno ancora tremare,

ma sarebbe lo stesso errore

anche con te,

non aver ancora imparato

che fugge la gioia dal tuo nome

e non si cattura la tua ombra.

 














© Roberto Pazzi