sei lettere familiari








I. "Guarda questa bambina"



Guarda questa bambina

che sta imparando a leggere:

tende le labbra, si concentra,

tira su una parola dopo l'altra,

pesca, e la voce fa da canna,

fila, si flette, strappa

guizzanti queste lettere

ora alte nell'aria

luccicanti

al sole della pronuncia.













II. La guerra



Domenica mattina,

mi risveglia la voce

di mia figlia che gridando

dalla cucina chiede

a suo fratello

se davvero la Bomba,

quando scoppia,

lascia l'ombra

dell'uomo sopra il muro.

(Non di "un uomo" :

"dell'uomo", dice). Lui

annuisce, io mi giro

dentro il letto.

 












III. Dall'albero genealogico



La linea di mio padre:

gli ossuti, i consunti, gli afflitti,

ecco metà del mio sangue,

il fantasma di cui sono il lenzuolo.


Magri Magrelli,

astucci pelle e ossa

tessuti su un telaio portentoso

di nervi, un traliccio di scossa,

ira, ira,

e tutto un zig-zag di tragedia

sul Nulla - Ciociaria,

terra cava da cui sorsero Loro,

splenetici profeti dell'angoscia

venuti dal deserto in vestaglie di lana

con erbe amare,

anatemi, scongiuri.













IV. In regione dissimilitudinis



Provo a fare un ritratto

di mia figlia. Scelgo il profilo,

guarda verso sinistra.

(Ricordo che cercai di fare lo stesso

molti anni fa con mia nonna ferma in
posa).

La modella si gira di continuo

per vedere. Vedere se

questa matita-manopola

percorrendo le stazioni del volto

riesce a intercettare qualcosa

della sua fisionomia,

banda sonora, canale d'ascolto.

(Che fine ha fatto lo sguardo della donna

che mi stava davanti allora?

La mano mi deve essere cresciuta,

pallido rampicante

attorcigliato al legno della mina.

E' la cosa più bella di me,

questa deliberata fiducia nello sforzo

e nella grazia che viene dalle opere.

 

 

Io non capisco, ma vado avanti, Segno,

invecchio aggrappato al palo della vigna,

al palo della tortura;

un piccolo azionista della fede).

Come la luce che irrompe dalle nuvole,

come un'interferenza telefonica,

la Grande Somiglianza attraversa la
pagina,

brilla nuda e scompare,

sovrana della linea e dell'identità.

E' lei la serpentina che sguscia

ed abbandona la pelle, morta dietro di sé,

curva della bellezza perché curva del sé.

Eppure l'ho lasciata scorrere via,
trascorrere,

troppo sorpreso per arrestarla,

stupito dalla forza smisurata

che ero stato capace di evocare

ma non di trattenere.

Se n'è andata, non c'è,

nel triste abbozzo che rimane sul tavolo,

fra trucioli di gomma e fogli accartocciati.

Non c'è, però c'è stata,

manna dell'occhio scioltasi alla luce.












V. In un sacchetto



Ci amiamo tanto

ma ogni cozzo è un lampo,

qui dentro, stretti stretti,

vicini ogni momento

in un sacchetto annodato dalla sorte:

si sente forte come

per gli urti ticchettiamo!

Da noi non fa mai notte,

c'è sempre uno sprazzo che scocca

illuminandoci appena ci tocchiamo.

Noi ci vogliamo bene,

ma di un bene che abbaglia

e certe volte scotta.

Noi siamo la famiglia

delle pietre focaie.

 













VI. "Dormo accanto a mio figlio"



Dormo accanto a mio figlio.

E' un letto di fortuna e lui ha accettato,

sia pure a malincuore. Così lo sento

a fianco, che sospira pesante,

stuoino di spuma, intreccio di bave,

telaio d'amore filato per quasi quindici
anni.

Tremendo nella violenza che spavaldo esibisce,

insulti, offese come tiepida malta

per costruire il suo sé,

e la bestemmia come un Babbo Natale

cui lui stesso non crede, l'implume,

ma che gli serve a regalarsi questa

smarrita corazza di piume.