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XXIV.
Qui lo scenario cambia bruscamente, e diventa l'anello di un autodromo, con il rombo di motori scagliati a folle velocità che si avvicinano urlando, che si allontanano urlando. Conosco bene quelle gare di provincia tra balle di fieno, piloti dai nomi esotici (Moreno), l'odore degli scarichi, gli sguardi di minaccia, l'olio per terra e la sagra paesana. Fu lì la prima volta che mi persi, da bambino, vagando in mezzo a un sistema orbitale di go-kart lanciati a tutto gas. In un'armilla di rumori laceranti, puro caos delle sfere, io stesso giravo, ma a vuoto, senza sapere perché. Non credo d'essermi più ripreso da allora, benché alla fine i nonni mi ritrovassero, sul ciglio di una curva, dove la strada imitava la parabolica di Monza. Penso non possa esistere nulla più triste di una corsa automobilistica. Ne ebbi la conferma tempo dopo, quando dovetti eseguire dei controlli per sospetti disturbi circolatori. La visita non fu dolorosa, a eccezione di un'attesa protrattasi ore e ore (io, tanto, leggo, ho un immenso sapere para-medico accumulatosi in decenni di astanterie). Mi applicano lungo le gambe una serie di rilevatori, per attaccarli a due casse da techno-music. Seduto alla consolle, il medico regola il volume, sistema il sintetizzatore e si collega. Mi disponevo al solito consulto hi-fi, quando di colpo cominciai a sentire un gracchiare indistinto. Il crepitìo aumentò, finché, per gradi, si intravide la linea di un disegno sonoro, se non proprio di una melodia. Poi, venne fuori il rumore inconfondibile. La conoscevo bene, era la voce del bolide che si approssima e si dilegua, un picco acustico che scema nel tracciato di un grafico asimmetrico. Sono io tra le macchine che sfrecciano ululando, è il grido del sangue stesso che vortica nella pista veno-arteriosa, e pulsa e spinge e supera. Effetto Doppler. Capii che la mestizia del ricordo non era che la forma del mio essere. La mia esistenza consisteva, quindi, in un tracciato anulare. Nel mio corpo si andava svolgendo un'ossessiva, ininterrotta Indianapolis. Di più; il mio corpo stesso era soltanto un circuito di prova, a riprova di uno smarrimento molecolare, formale e consustanziale. Non ci si pensa mai, ma il plasma, con la sua calca di piastrine e globuli, non fa che correre via, lanciarsi sui rettilinei, fare il pieno, uscire dal box e ripartire. E io non mi sono mai mosso, fermo sul ciglio di una curva, in attesa, snervato spettatore del Gran Premio Cardiaco.
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XXVI. Io, trottola che prilla, Ho sempre avuto un'infinita
pena per l'unità minacciata dell'organismo. E' questa la ragione
dell'orrore suscitato dalla tortura. Già tagliarsi le unghie o
i capelli, già defecare è una forma di addio. "Trionfa
così una concenzione escrementizia della materia, intesa come un'unghia
o un capello di Dio: <<Spirito (spirito puro). La materia ne è
il sovrappiù (excrementum, o il rigetto). E' solamente (per usare
un'immagine grossolana) l'effetto della digestione (il residuo) di quel
suo immortale alimento che è il pensiero>>". |